Il colle è la mia prospettiva. Le colline non sono mai le stesse, come le attività di chi studia e scrive. Dall'alto lo sguardo spazia e aiuta la fantasia, la ricerca; guardare aiuta a pensare, a mettere insieme le idee, quelle che fanno scrivere per sé o per far leggere agli altri ciò che si produce.

domenica 16 dicembre 2018

Venezia, la Storia; omaggio a un maestro

Capita, a Venezia, che svolti dopo una calle e ti ritrovi in un mondo diverso. All'improvviso il flusso incessante dei turisti si interrompe, il vociare si fa più lontano e la città si fa ascoltare, scoprire, riesce comunque a stupire.
Pochi, una volta ammirati Tintoretto e  Tiziano, si accorgono del portone (piccolo se commisurato  alla magnificenza della chiesa adiacente) accanto alla chiesa dei Frari, proprio sul canale, eppure l'Archivio di Stato di  Venezia è proprio lì: chilometri di  faldoni capaci di illustrare fin nelle pieghe più nascoste e impensate la millenaria storia della Serenissima, i suoi bizantinismi e la sua organizzazione, la sua attenzione ai particolari e la costante preoccupazione per un dominio e una città continuamente minacciati da avvenimenti più grandi di lei.
Santa Maria del Giglio, con la sua lunghissima storia, le sue opere meravigliose e le splendide nicchie esterne sorge poco lontano da San Marco. Costeggiandola si giunge in riva a un altro canale, proprio sul retro della Fenice. Anche lì c'è un portone, tutto sommato anonimo, da cui si accedeva a un luogo prezioso, vivido di pensiero e attività: uno fra i primi Dipartimenti di Studi Storici d'Italia non poteva che nascere a Venezia, dove la Storia e le storie si intrecciano da secoli e dove i complessi accadimenti, gli intrecci della Repubblica di Venezia con il suo dominio e con il resto del mondo riescono a riservare ancora sorprese. In quel vecchio palazzo, del tutto inadatto dal punto di vista logistico a contenere aule universitarie, migliaia di studenti hanno avuto il privilegio di imparare da luminari assoluti, di scoprire il mondo della ricerca, la passione di non accontentarsi mai e di continuare a cercare, ben sapendo che dagli archivi escono sempre notizie che non ti saresti aspettato e che, addirittura, possono mettere in crisi le teorie che lo studioso si era fatto prima nella testa.
Sì, perché la ricerca storica è così, maestri come Cozzi, Berengo e altri hanno insegnato a  tutti noi che sopra ad ogni altro valore bisogna collocare l'onestà intellettuale, la pazienza e l'umiltà.
Il mio maestro, Marino Berengo, abitava in un palazzetto lungo un rio minore, vicino alle  Fondamenta Nuove ma dove non arrivano gli echi dei vaporetti e delle onde; quando svoltavo da Campo Santi Apostoli per andare da lui, ancora una volta pensavo al privilegio di poter frequentare Venezia in quel modo, entrando in luoghi che mi facevano crescere, non solo come studentessa ma come essere umano. 
In Dipartimento, "al Giglio" come si diceva in gergo, il numero di telefono di casa del Professor Berengo, accademico dei Lincei per dire solo di uno dei suoi titoli,  era appeso in bacheca, a disposizione dei laureandi. A nessuno veniva in mente di fargli scherzi o di importunarlo inutilmente, tanto lui era sempre lì all'Università, a spiegare, discutere, insegnare, in aula come nei corridoi o sulle scale. Era malfermo di salute, ma una roccia nello svolgere il suo dovere, il suo lavoro, fino alla fine.
In assenza di internet andavo a casa sua a discutere l'avanzamento della tesi e mi chiedevo come facessero a starci, tutti quei libri, in uno studio. Ne aveva migliaia e migliaia, poi, in scaffali di ferro zincato che occupavano quasi tutto il piano terra della casa: li trovava con fiuto infallibile a colpo sicuro, magicamente li apriva nel punto giusto per indicarmi una nuova idea di ricerca, darmi uno spunto diverso, indirizzarmi al meglio.
Ed era un uomo allegro e simpatico, amante della buona cucina (sosteneva di cucinare il ragù più buono di Venezia...), ospite impeccabile (mi accoglieva sempre col caffè o il tè pronto), ma totalmente nemico delle nuove tecnologie, compresa la tastiera del telefono fisso di casa, per le quali si serviva della consulenza paziente e innamorata di sua moglie, la professoressa Segre, ordinaria all'Università di Tel Aviv.
Uscivo ricca da casa sua e il giorno della laurea avrei voluto abbracciarlo per tutto ciò che mi aveva donato, per aver insegnato a me e a tutte le centinaia di allievi che aveva avuto durante la sua lunga carriera il valore della cultura e della sua diffusione, l'importanza di dare agli altri ciò che si è imparato, a patto che questi abbiano la voglia e l'umiltà di imparare.
Perché parlarne oggi? Non c'è nessun anniversario, se non la mia contentezza per aver trovato una copia quasi del tutto esaurita di una sua opera sulla quale ho passato "qualche" ora di studio.
È presto detto. Lui, e come lui tantissimi altri, ha trascorso l'intera vita a studiare, a non accontentarsi, a leggere e rileggere, spiegare e rispiegare, stupirsi ogni volta di fronte a ciò che non conosceva ancora.
È bello svoltare, dopo una calle, una strada, una banalità e fermarsi a scoprire quanto c'è ancora da sapere; è affascinante imparare a riconoscere i maestri da quell'aura di serenità che li avvolge, dalla loro insistenza nel non accontentarsi del primo libro letto e neanche del centesimo, dal desiderio di divulgare e imparare per tutta la vita.
Grazie, Marino Berengo

sabato 24 novembre 2018

Violenza sulle donne: Conegliano, doloroso silenzio

Il Gazzettino, 24 novembre 2018
Un altro 25 novembre sta arrivando, proprio mentre si accendono le luminarie per il prossimo Natale.
Ancora una volta i dati sono allarmanti: tante, troppe donne continuano a rimanere vittime dei comportamenti criminali di uomini che le picchiano, le umiliano, tolgono dignità e serenità a loro e spesso ai loro figli, le uccidono.
Ancora tanto, troppo dolore, amplificato se possibile dalla consapevolezza che i carnefici, lungi da essere mostri sconosciuti, hanno quasi sempre le chiavi di casa.
Se ne parla molto, soprattutto dopo ogni fatto di cronaca nera, sul territorio si organizzano luoghi di accoglienza, si cerca di organizzare una rete di solidarietà legale e psicologica per le donne che vogliono uscire dal controllo dei loro aguzzini, si tenta di sensibilizzare le giovani donne e, fondamentale, i ragazzi che saranno uomini domani.
La civiltà di una società dipende molto da come le sue donne sono considerate: ebbene, siamo troppo indietro, non si fa abbastanza, nelle pieghe delle comunità permangono ignoranza, brutalità, disprezzo.
Stamattina nella mia scuola delle ragazzine hanno fatto il giro delle classi mostrando un foglio di carta con sopra disegnate due scarpette rosse, simbolo della giornata di domani.
Ho sorriso loro, ne ho parlato dopo con i miei alunni, ma mi è salito lo sconforto.
Sconforto, rabbia e delusione perché ancora una volta ho capito di avere avuto, purtroppo, ragione.
Avevo ragione quando ho chiesto alla nuova amministrazione comunale perché dopo quasi un anno e mezzo non fosse stata nominata la nuova Commissione Pari Opportunità.
Ho avuto ragione quando ho giudicato pessimo il metodo adottato per nominarla, pensando che se l'unico problema era quello di inserire più uomini al suo interno, oltre a qualche consigliera comunale di facciata, si trattava di una maniera per svuotare la Commissione di senso e desiderio di lavorare.
Nessuna convocazione è seguita alla nomina da parte del Consiglio Comunale, soprattutto nessuna azione da parte dell'Assessore, nessuna proposta: zero assoluto.
Uno zero assordante e fastidioso.
I dati ci dicono che nel grande numero di donne picchiate in casa in provincia di Treviso Conegliano è al primo posto.
Tristissimo primato: ci sarebbe tanto da fare, magari proprio qualche progetto con e per le scuole.
E chi, se non la Commissione Pari Opportunità, dovrebbe pensare, proporre, organizzare?
Ma, si sa, è più importante pensare alle spese per la seconda ruota panoramica, forse pensando che prendendo un po' di aria fresca alle donne picchiate le ferite facciano meno male.

lunedì 19 novembre 2018

Filosofia in prima media? Certo!

Tempi, bui, si dice. Ragazzi disattenti e superficiali, si mormora. Peggio ancora qualcuno pensa che la scuola debba servire per trovare poi un  lavoro. Più in basso nel girone infernale c'è chi vorrebbe programmare la didattica in funzione della performance dell'Istituto nelle prove INVALSI.
Sostanzialmente esistono tanti adulti che, per poca volontà, stanchezza, desiderio di non porsi troppi problemi e di assumersi il minor numero di responsabilità, preferiscono inserire i bambini in apposite "griglie" da cui potranno uscire solo con grande difficoltà (magari leggermente abbrustoliti).
Ebbene, a me le griglie piacciono solo se utili a cuocere i cibi.

 Succede che una mattina come tante l'orario interno della classe recita: "Antologia, la  favola".
Avrei dovuto scrivere: Ora di filosofia.
Filosofia in prima media? Altroché.
Dalla celeberrima favola del lupo e dell'agnello i ragazzi sono passati autonomamente al tema del bullismo e, grazie anche  a un simpatico test presente nel libro di testo, hanno verificato le proprie attitudini: abbiamo riscontrato una sola vittima, un bullo (ma solo a tratti), un paio di leader, alcune persone equilibrate e un grande numero di "spettatori".
Che cos'è, se non filosofia, iniziare a chiedersi cosa voglia dire essere spettatori inerti davanti a ciò che accade oppure intervenire?
E cosa vuol dire intervenire, quali sono le diverse forme di intervento?
Cosa vuol dire scegliere di non scegliere o scegliere di prendere posizione?
C'è qualche caso in cui la violenza è giustificabile?
Poi, dopo quasi un'ora di discussione intensa, partecipata, vivace a tratti, dagli alunni parte la domanda delle domande: cosa vuol dire "morale", come si distingue il bene dal male?

Hanno fatto praticamente tutto da soli, a me è bastato dare il "la" e porre, qui e là, qualche interrogativo nuovo.
La filosofia è proprio una materia adatta ai bambini, che sono tutt'altro che superficiali, anzi, sanno porre domande molto difficili ad adulti che dovrebbero però essere più attenti, ascoltarli e non banalizzare mai i loro pensieri.
 


domenica 4 novembre 2018

Un centenario strattonato #4novembre

Un centenario accade una volta sola, i prossimi saranno ricordati dagli storici e da chi verrà molto dopo di noi.
Ce ne hanno parlato fino alla nausea negli anni scorsi, appena iniziato questo lunghissimo periodo di celebrazioni, abbiamo ascoltato interviste, qualcuno ha letto dei libri, visto film spesso di assai dubbia fattura e ancor meno rigore storiografico; abbiamo anche saputo che la Francia, nazione degna di questo nome, ha per esempio ricordato e celebrato Verdun per tutto il 2016, accompagnando le scolaresche a visitare il luogo del disastro, della carneficina di seicentomila uomini avvenuta praticamente durante tutto il 1916. Un avvenimento tremendo, un massacro.
Poi, nella nostra piccola Italia, si sono moltiplicate le iniziative, soprattutto nel nordest, là dove correvano i seicento chilometri del fronte nel 1915 e dove il Piave mormorò: mostre, musei e trincee restaurati, cori, pièces teatrali, conferenze, raduni delle associazioni combattentistiche... 
Con una novità: in questo centenario ci si è finalmente resi conto che esistevano anche le donne e si è cercato in qualche modo di riparare a decenni di polveroso e colpevole silenzio.
Tutto con un unico leit motiv: bisogna che i giovani imparino, bisogna trasmettere ai giovani la memoria, i giovani devono sapere, i giovani...
Ora che il 4 novembre sta volgendo al termine, oltre al plauso a quanti, comunque e quasi sempre con pochi mezzi, si sono dati da fare, sorge spontanea la domanda: esattamente cos'è che dobbiamo tramandare ai giovani? Che cosa dovrebbero ricordare? Perché tutto questo è così importante?
Che cosa stiamo insegnando loro se ancora non riusciamo a condividere la memoria di ciò che accadde a Caporetto, se non riusciamo a distinguere tra Cadorna e Diaz, se non ragioniamo su come erano la società e la politica italiane un secolo fa, se ci ostiniamo a strattonare la Storia cercando di farla coincidere con la politica odierna, trasformando i protagonisti, soprattutto quelli inconsapevoli di allora, in bandiere buone per l'una e l'altra parte in lotta?
Soprattutto, siamo capaci una buona volta di distinguere tra le piccole patrie di ciascuno di noi, una Patria più grande che allora aveva poco più di cinquant'anni e il fatto che si trattò di un conflitto mondiale e non limitato ai nostri luoghi epici?
Lo so, la storia è faccenda complicata, ma non è banalizzandola che la si rende più digeribile, non è con l'improvvisazione che si costruisce un sentire condiviso, che si costruisce un'idea, un sentimento nazionale, che, sia ben chiaro, è tutt'altra cosa rispetto al nazionalismo.
Oggi nessuno di noi riesce a immaginare cosa significasse stare in una trincea, nessuno di noi saprebbe resistere alla fatica, alle privazioni che erano pane quotidiano per le donne e gli uomini di cento anni fa, e non è facendone un mito che si avvicinano i famosi "giovani" all'amore per la storia, al rispetto per chi ha subito tutto quello, all'impegno affinché non accada mai più.
Sentire, in questi giorni, frasi sovraniste o, peggio, razziste, affiancate alla memoria della Grande Guerra dà un senso di nausea, di rabbia, di profonda ingiustizia: se a qualcosa dovrebbero servire le cifre atroci dei circa 17 milioni di morti sarebbe proprio per comprenderne la profonda follia. I confini d'Europa, che furono rimessi in discussione nemmeno trent'anni dopo dalla follia nazista e fascista, sono stati tracciati col sangue di milioni di innocenti, non importa da che parte combattessero.
Lo stesso vale per chi vorrebbe trattare tutti i soldati, i civili che resistettero e si difesero, le donne come delle povere marionette ignoranti: non fu così, non fu solo così. I Veneti non erano mai stati tedeschi e nemmeno loro amici, i trentini invece spesso non si fidavano del Paese di cui parlavano la lingua, ma che era una nazione debole e nata da poco. Sarebbe ora di ridare dignità ai nostri nonni e bisnonni, immaginando che furono anche capaci di compiere delle scelte, di combattere per ciò in cui credevano.
Con tutta la pelosa retorica di queste giornate la provincia di Treviso, per esempio, non è nemmeno riuscita a far sì che il Ponte della Priula fosse restaurato e inaugurato prima di questo 4 novembre insieme al monumento che c'è sulla sua riva sinistra: avremmo non solo evitato i danni della piena dei giorni scorsi, ma dato corpo alle celebrazioni, dimostrando di essere capaci di atti concreti.
Invece, in generale, siamo un Paese che troppo spesso arriva in ritardo agli appuntamenti, che si appella ai giovani ma si dimentica di trattare davvero come sacri i luoghi della propria memoria, dalle piccole lapidi dei comuni sparsi in tutta Italia fino ai monumenti, ai sacrari e agli ossari dei luoghi delle battaglie, da Redipuglia a Nervesa, dal Monte Grappa al Falzarego, dal Pasubio alla Carnia...

Il prossimo anno, in realtà, il centenario continuerà: il trattato di pace di Versailles del 1919 tentò di ridisegnare la carta politica d'Europa, cancellando, quello sì, consuetudini, lingue, minoranze, convivenze vecchie di secoli, consegnando ai decenni successivi la mancata risoluzione dei nuovi drammi, delle grandi tragedie dimenticate perché immolate sull'altare di nuove ragion di stato che in breve ci portarono all'immane tragedia della seconda guerra mondiale e che, in parte, sopravvivono anche oggi.
Ecco, di questo, se fossimo seri, potremmo cominciare a parlare ai giovani, vale a dire di confini, di come fu deciso a tavolino il destino di milioni di donne e di uomini stanchi e, comunque, sconfitti, del fatto che si tratta di costruzioni quasi sempre arbitrarie, che cancellano identità e diritti, altro che sovranismo!
Oggi dovrebbe essere una giornata di riflessione, non di urla, di ricordo e rispetto, di onore a quanti hanno versato il proprio sangue. Non ci serve una retorica bolsa di vittoria (magari mutilata), semmai uno sguardo unitario al tricolore, ricordando che la nostra bandiera è figlia di una stagione di grandi speranze, di grandi lotte in nome della libertà e dell'uguaglianza.

sabato 27 ottobre 2018

Sulle interruzioni di energia elettrica a Conegliano

Ormai dalla fine di settembre in città, ma anche in zone limitrofe, si verificano improvvise interruzioni dell'energia elettrica, con danni soprattutto alle apparecchiature elettroniche, pubbliche, private e delle imprese commerciali e produttive.
Ho presentato questa sera stessa, dopo gli ennesismi episodi, una interrogazione urgente a risposta scritta al Sindaco affinché solleciti una soluzione da parte di Enel.
Di seguito, come di consueto, il testo.

 

 Oggetto: Interrogazione URGENTE a risposta scritta sulle interruzioni di energia elettrica nel territorio della città.


Nelle ultime settimane, almeno a partire dalla fine del mese di settembre, si verificano spesso, in diverse zone della città di Conegliano, ma anche oltre, interruzioni improvvise di energia elettrica.

  • Nonostante le interruzioni durino solo pochi secondi causano molti disagi sia ai cittadini, alle famiglie, che alle attività commerciali e produttive;
  • Le ripercussioni investono anche gli apparati semaforici, con conseguente pericolo alla circolazione;
  • Ne risentono, in modo anche grave, i sistemi e gli apparati elettronici, dai computer ai televisori ai sistemi di allarme, sia per uso domestico che commerciale.

Il sottoscritto consigliere CHIEDE quindi con urgenza:

  • Se l'Amministrazione comunale abbia già provveduto a chiedere chiarimenti e la soluzione del problema presso l'Ente erogatore dell'energia elettrica;
  • Che comunque l'Amministrazione Comunale si faccia carico immediatamente del problema, verificando le eventuali azioni messe in atto dall'Ente erogatore dell'energia e condividendo le informazioni con i cittadini e le imprese.

giovedì 18 ottobre 2018

Le Pari Opportunità del Palazzo

E così la Giunta ha partorito la Commissione Pari Opportunità, o meglio ha cambiato il regolamento per la composizione della stessa.
Sia nella risposta che l'assessore mi ha dato nel Consiglio Comunale del 27 settembre scorso sia nel testo della delibera di Giunta n. 360 del 4 ottobre, nessun cenno viene fatto alla necessità di uno sportello donna e di una lotta senza quartiere contro la violenza di genere, il femminicidio e per garantire soprattutto alle donne (che, ricordiamolo, in attesa della Commissione mista coneglianese rimangono la parte più debole) pari opportunità nella società. La grande preoccupazione pare essere quella dell'ingresso nella Commissione degli uomini.
Mi aspettavo, per esempio, l'ingresso di rappresentanti delle associazioni che si occupano della disabilità che, in quanto a opportunità, avrebbero molto da dire, invece niente, tutto perfettamente inscatolato, già predisposto, già immaginato.
L'altra novità, che mi ha fatto sobbalzare, è quella della nomina di consiglieri comunali. Consiglieri comunali, obbligatoriamente tali? E perché mai? Forse che nella società civile non ci sono altre realtà degne di nota oltre a quelle, meritorie peraltro, citate e inserite nella delibera?
È sicura la Giunta che le associazioni, ripeto, meritorie, citate siano le uniche degne di lavorare in questa commissione?
Che contributo maggiore possono portare i consiglieri comunali rispetto ad altri cittadini, per non parlare delle cittadine? Non era meglio lasciare la libertà a maggioranza e minoranza di indicare persone altre, diverse, fuori dal palazzo e dai giochi consueti?
A pensare male, diceva quel famoso politico, si fa peccato ma difficilmente ci si sbaglia: c'è qualcuno desideroso di appuntare una qualche medaglietta sul risvolto della giacca? 
La delibera prevede che la commissione debba riunirsi almeno una volta ...all'anno...: siamo sicuri che i consiglieri comunali premeranno all'inverosimile per aggiungere altre riunioni a quelle cui già partecipano?
Un'ultima domanda: in questo profluvio di pari opportunità al maschile perché mai l'avvocato deve essere per forza donna e il chirurgo/odontoiatra un maschio?
Misteri delle opportunità, poco in pareggio, a mio avviso: i processi alle intenzioni non vanno mai bene, ma la partenza, in questo caso, non mi pare delle migliori.
Auguri a quanti verranno nominati e ancora grazie a chi, nello scorso quinquennio, ha lavorato sodo, incontrandosi ben più di una volta all'anno.

martedì 16 ottobre 2018

Contro i bambini: VERGOGNA!

C'è quello che si sente già un poeta ed è considerato tale dai suoi compagni anche se fatica con doppie e accenti, quello che non riesce a scrivere una riga senza almeno un errore, c'è quello svogliato, quello bravissimo e poi anche quello volenteroso. Qualcuno vive situazioni familiari e sociali tremende e se ne lamenta nei temi. Qualcuno è sbruffone e decisamente antipatico, altri sono adorabili, oppure timidi, o anche desiderosi di imparare.
In ogni caso riempiono le giornate, oltre che le aule. Chi sono? Sono i tanti ragazzi che frequentano le nostre scuole, hanno cognomi di tutti i tipi: italiani, slavi, nordafricani, africani, cinesi...
Hanno tante facce, sanno farci arrabbiare e stupirci ogni giorno. Alcuni sono fortunati e altri hanno difficoltà nel comprendere, ma tutto ciò è indipendente dalla carta d'identità dei loro genitori.

Intollerabile è che coloro i quali dovrebbero garantire serenità e sicurezza non sappiano fare altro che seminare odio e ingiustizia.

C'è un pezzo di carta troppo spesso dimenticato, si chiama "Dichiarazione Universale dei diritti del fanciullo", sottoscritta proprio per difendere i bambini, dare loro una speranza, immaginare per loro un futuro fatto soprattutto di dignità.
È perfino fastidioso ricordare a certa gente che senza i figli di persone giunte qui da ogni parte del mondo molti insegnanti sarebbero senza posto di lavoro e molti istituti di periferia chiusi già da anni, con conseguenti, inutili, comitati per la difesa delle scuole...
In un Paese che brilla per l'enorme evasione fiscale, in cui i furbi in giacca e cravatta truffano a loro piacimento, in una Regione, come il Veneto, in cui si sono sviluppati fra i più gravi scandali della storia della Repubblica con enorme sperpero di denaro pubblico, con quale faccia ve la prendete con i più piccoli?

Mense negate, libri negati, qualcuno vorrebbe negare anche l'accesso alle cure mediche. 
VERGOGNATEVI!

Chi ruba, chi delinque, chi spaccia, chi picchia i familiari va punito, severamente punito, indipendentemente da quale sia la cittadinanza o l'estrazione sociale.
I bambini vanno salvaguardati, vanno invece stimolati a studiare, a confrontarsi con gli altri, a eccellere, possibilmente, indipendentemente dal cognome che portano.
VERGOGNATEVI! Nascondersi dietro a un razzismo d'accatto per confondere le acque colpendo i più deboli è odioso, nauseante, rivoltante.

Sappiate una cosa, comunque: la strada è già tracciata, i bambini parlano e giocano fra loro, le coppie "miste" sono una realtà sempre più frequente, siamo destinati, e beato chi vedrà quella realtà, a mescolarci una volta di più, come è avvenuto da e per millenni.
E, vi prego, non partecipate alle celebrazioni per il centenario della Grande Guerra: non ne siete degni.