Il colle è la mia prospettiva. Le colline non sono mai le stesse, come le attività di chi studia e scrive. Dall'alto lo sguardo spazia e aiuta la fantasia, la ricerca; guardare aiuta a pensare, a mettere insieme le idee, quelle che fanno scrivere per sé o per far leggere agli altri ciò che si produce.

martedì 11 marzo 2014

Auschwitz. Cronaca da un pellegrinaggio

7 marzo 2014
Fase 1. Dopo la Carinzia con la sua neve la strada si snoda lungo la Stiria verso Vienna. Corre dritta dentro la Storia di un'Europa che sembra non trovare ancora una sua dimensione precisa.
E dire che basterebbe osservare ciò che ci sta intorno per capire quale sarebbe la via giusta: in parte l'abbiamo intrapresa ma pare che noi Europei abbiamo paura di metterci davvero insieme.
So che arriveremo in Polonia senza che nessuno ci chieda mai i documenti, senza barriere e dogane ed è una sensazione bellissima.
Nei due pullman partiti da Conegliano un piccolo pezzo di umanità ancora assonnata comincia a guardarsi intorno: l'andare è uguale da sempre, significa parlare, cantare magari, cercare l'amico per chiacchiere note e il compagno occasionale per scoprire qualcosa.
Io so come si chiama la nostra destinazione, conosco il perché del viaggio e l'angoscia convive con la consapevolezza  e il desiderio di condivisione.
Scoprirò poi che ora non so ancora bene dove sto andando, la tragica potenza dell'homo homini lupus non si è ancora dispiegata del tutto davanti ai miei occhi.
Quest'Austria è dolce, composta di colline, pascoli, fiumi, immense radure coltivate; casette come paesi di fiabe punteggiano di colore il verde imperante.
Perché un tempo qui divenne tutto nero, le camicie brune tolsero gioia e colore, perché l'Anschluss trasformò luoghi di fiaba in anticamera della tragedia?
Un cartello stradale indica Pinkafeld e mi viene subito in mente un bel prato ricoperto di fiori rosa. Questo Burgenland è un altro luogo di confine, di quelli contesi e strattonati da un Paese e dall'altro nell'eterno tentativo di impedire alla gente di vivere in pace.
In questa grande pianura tutto è uguale, e se il paesaggio influisce sugli esseri umani che ci vivono qui forse non si tratta di uguaglianza, mi convince di più l'idea di un fondamento di identità. O che si tratti di omologazione? Da italiana mi verrebbe da pensare ad una scarsità di fantasia oppure a ciò che accade quando ci sono grandi distanze fra comunità umane, chissà, forse poco alla volta ci si abitua all'isolamento e nasce la diffidenza.
Inutile dire che si passa per Vienna: non fosse per la sagoma dello stadio del Prater, il grande Danubio e l'immensa distesa degli "orti della città" ogni tangenziale del mondo ormai è uguale a tutte le altre ed i non-luoghi di Marc Augé sono realtà.
Sono le pale eoliche a modificare il paesaggio che segue: tante e di ogni dimensione, diversamente orientate per sfruttare ogni corrente d'aria.
E' la verde e dolce Moravia a darci il benvenuto in terra Ceca: i non luoghi tentano anche qui di farsi largo nei dintorni di Brno, ma resiste un paesaggio agricolo e silvestre i cui unici padroni paiono essere le centinaia di caprioli e daini che scorrazzano e giocano imperterriti, incuranti dei regimi, delle monete e delle frontiere mobili degli umani.
Lunga la Moravia, accompagna tutto il nostro pomeriggio, alternando i pascoli e immensi campi arati e seminati a vigneti arrampicati sulle colline che digradano lentamente dai Carpazi.
Pensando alla carta geografica mi viene da dire che questo è un viaggio tutto sul bordo dei Paesi, tutto dentro regioni d'Europa da sempre abituate a guardarsi non solo le spalle, ma anche i fianchi...
Sento ancora più forte il valore di questa costruzione politica così difficile, complessa, che rischia ancora una volta di naufragare sotto i flutti del populismo, della povertà e del conseguente tutti contro tutti. Passando per Austerlitz vien da pensare ai ripetuti tentativi di riunificazione, ai sogni imperiali naufragati per assenza di prospettiva vera.
La frontiera polacca giunge quasi col buio ed i primi zloti iniziano a passeggiare nel portafoglio.
Dopo 15 ore di pullman Cracovia ci accoglie coi suoi non-luoghi (vedi sopra) e, finalmente, approdiamo nell'hotel e nel tanto agognato ristorante tipico. 
Meglio mangiare e riposarci: ci guardiamo tutti negli occhi sapendo che domani sarà dura, anche se non sappiamo ancora quanto.

8 marzo 2014. Il pellegrinaggio
Auschwitz in Polonia non esiste più, se non come nome del Museo Statale. La Slesia, così ricca di foreste di faggi, abeti, betulle, ha il diritto di vivere, la Polonia ha diritto di parlare la propria lingua, di restituire ai contadini polacchi la terra difficile da coltivare, i piccoli cimiteri traboccanti di fiori di ogni colore, quelle casette dipinte di azzurro che richiamano antichi amori.
C'è il luogo, c'è il Museo, c'è la memoria di un orrore tremendo, c'è un cimitero senza lapidi, dove il fuoco ha trasformato in cenere le vite.
La moderna stazione di Oswiecim dona l'ultimo segno colorato prima del salto all'indietro nell'inferno. Tutto è silenzio nel pullman, anche i ragazzi tacciono, in attesa di arrivare.

L'ingresso è quello tipico di ogni museo affollato: gruppi, guide che si sbracciano, book shop, biglietterie. La prima differenza è la gigantesca batteria di cuffie destinate ai visitatori: nessuno deve parlare a voce alta in quel luogo, anche la nostra guida parla sottovoce in un piccolo microfono attaccato alla giacca.
Chiunque conosce quella maledetta scritta, Arbeit Macht Frei, lo scherno crudele di un inganno ordito a danno di esseri umani colpevoli solo di essere nati, di uomini e donne che volevano essere tali. Non numeri o burattini.
Fa impressione vederla in una giornata così: il sole pare davvero fuori luogo e penso a cosa potesse passare per la mente dei tanti disperati che per mesi, forse, non si accorgevano nemmeno del cambio delle stagioni. Lì, ad Auschwitz, la stagione era sempre e solo una: la morte. Una morte atroce, una morte fortemente voluta da aguzzini precisi e organizzati in ogni dettaglio: prima eliminarono i polacchi, rei di vivere in Polonia e di coltivare la loro terra; insieme a loro particolare cura fu posta nell'uccisione degli intellettuali e dei professori che, come è ovvio, imbracciano armi ben più pericolose dei cannoni: il sapere e soprattutto la sua trasmissione finiscono per creare cittadini consapevoli, curiosi di conoscere, desiderosi di contare.
Poi venne il momento della "soluzione finale", dello sterminio di massa, di un orrore che, a detta degli stessi nazisti, non sarebbe stato creduto: troppo folle, troppo crudele, troppo impensabile.
Eppure... abbiamo poi capito che la "banalità del male" può colpire sempre, l'ha fatto ancora, con la complicità di quell'altra caratteristica tutta umana, l'indifferenza.
Mentre Michele, la nostra meravigliosa guida spiega, racconta, oltre alla sua voce si sente solo lo scalpiccio delle centinaia di scarpe che calpestano il terreno, con lo stesso, inconfondibile rumore che fanno i passi dietro ai carri funebri: qui siamo in un immenso cimitero, qui, ad ogni passo, sappiamo che in qualche modo camminiamo sul dolore e sulla memoria. Scattiamo qualche foto ma abbassando subito dopo lo sguardo.
Vediamo gli occhi rossi di chi ha visto prima di noi il blocco 4: i gradini sono consumati dai milioni di piedi che li hanno calpestati, dentro si entra davvero nell'inferno e le lacrime cominciano a scorrere senza freno.
Lo "Ziclon B" uccideva gli esseri umani in circa 20 minuti, soffocandoli con il cianuro. Soltanto ad Auschwitz fra il 1942 e il 1943 ne furono usati 20.000 kg, la ditta produttrice guadagnò 300.000 marchi dalla sua vendita.
Per uccidere 1500 persone erano necessari 5-7 kg di veleno.
Quella della foto è una piccola parte dei fusti che lo contenevano.
Il nostro viaggio nell'inferno più nero inizia dalle tonnellate di capelli rasati ai cadaveri prima di bruciarli, dalle scarpe degli adulti e quelle dei bambini in mostra dietro immense teche, le valigie coi nomi e le date di nascita, le stoviglie portate da casa per cominciare una nuova vita. Testimonianze di vite stroncate da un inganno immane, che non avrà mai perdono.

Ogni buon padre ebreo sa che deve far studiare il proprio figlio, sa che dalla Torah imparerà i principi buoni per l'intera vita.
Migliaia e migliaia di paia di occhiali aiutavano occhi che non hanno più potuto vedere.





La cenere ha ricoperto per anni questo suolo, quello di Birkenau e di tutti gli altri luoghi di sterminio, in uno stillicidio di lutti, di orrore. La grande Vistola aveva le acque bianche, torbide di morte.
Fra le lacrime e i pensieri del lavoro strenuo, ripagato con freddo e fame, delle torture che portavano a morte sicura, ho chiesto alla nostra guida come facesse a sopportare ogni giorno quel carico di dolore.
La sua risposta è stata lapidaria e mi ha fatto pensare e soffrire ancora di più: "E' un privilegio".
Ha ragione Michele: poter raccontare, poter sensibilizzare, poter lottare ancora oggi contro l'indifferenza è un grande privilegio.

Birkenau. La cerimonia.
Ho visto tante volte il Sindaco con la fascia tricolore deporre una corona per i caduti.
Ho visto tante volte il gonfalone della città di Conegliano fare da sfondo ad una cerimonia, i ragazzi delle scuole ordinati in ascolto.
Oggi tutto questo si ripete, ma tutto, qui, è diverso.
Siamo più di cento, da Conegliano, venuti ancora una volta qui per ricordare tutti i deportati, con un pensiero ai "nostri" internati nei lager e nei campi di sterminio, ma sembriamo un piccolo drappello, perduti nell'immensità di un luogo che misura 140 ettari, costruito e pensato per essere una fabbrica di morte.
Entriamo a Birkenau già sconvolti, muti, in attesa di un'altra tappa di orrore.



Camminiamo lungo quella che era la "rampa" dove si decideva chi di qua e chi di là, chi nelle baracche e a lavorare per la Germania e chi direttamente alle camere a gas: gli anziani, i bambini troppo piccoli, tutti quelli che arrivavano troppo magri o che agli occhi dei "medici tedeschi" non erano abili al lavoro.
I ragazzi si offrivano volontari per manovrare un carro che portava il cibo nelle baracche delle donne: unica speranza per vedere, forse, la propria madre, pregando che non fosse fra i corpi morti portati fuori in braccio ogni mattina dalle altre detenute per far tornare la "contabilità" del campo.
Le SS hanno distrutto i due forni di Birkenau, ma non la memoria e le prove: di fianco alle rovine sorge il monumento che tutte le nazioni hanno eretto in memoria di quanto è accaduto.
Lì, sulla lapide scritta in italiano, la città di Conegliano ha lasciato anche quest'anno il segno della memoria condivisa, dell'impegno a lavorare perché non accada mai più, per sconfiggere, sempre, l'indifferenza di fronte alle tragedie.
Un 8 marzo diverso, difficile, a ricordare le donne doppiamente vittime, colpite nella dignità di madri, di donne, costrette a subire ciò che non avrebbero mai nemmeno immaginato: nessuna pietà per loro, nulla che permettesse loro di considerarsi ancora, semplicemente, donne.
Eppure quattro di loro rubarono dell'esplosivo per cercare di apportare danni alla fabbrica della morte: il loro sacrificio, ancora una volta, dimostrò quanta sia, da sempre e per sempre, la forza di noi donne, portatrici per natura di vita.
Primo Levi ha scritto che per descrivere ciò che è accaduto ad Auschwitz - Birkenau ed a Mauthausen, a Dachau, a Buchenwald e in tutti gli altri campi di sterminio sarebbe stato necessario inventare un nuovo linguaggio: le parole note non sono sufficienti.
Ciò che oggi possiamo fare è portare, accompagnare, invitare quante più persone possibile a visitare questo luogo: si entra nel dolore, lo si sente trasudare dalle baracche, dalla terra, lo si immagina, traslucido, nello stagno che contiene parte delle ceneri di tante, troppe vite annientate dalla lucida crudeltà.

Grazie a Carlo Feltre che mi ha dato alcune delle foto qui pubblicate.


martedì 4 marzo 2014

Buon 8 marzo

8 marzo 2014
Una società sessista e che discrimina le donne è una società malata e in decadenza.
 
Davanti a quelli che ci invitano a smetterla con una ricorrenza “buona solo per fioristi e ristoratori”, le Democratiche sanno che questa giornata è un'occasione importante per verificare e ragionare sul lungo cammino nel campo dei diritti, delle pari opportunità, del riconoscimento della dignità delle donne.
Gli indicatori ci dicono che l'Italia è al 23° posto su 27 paesi dell'Unione europea riguardo alla parità di genere: proprio per questo motivo si rende necessario un cambio di passo nella politica e nella società italiane.
Nell'ormai troppo lungo periodo di crisi economica, anche in un territorio come il nostro, buona parte del peso è ricaduto sulle donne: la famiglia è tornata ad essere forse l'unico welfare funzionante, la cura di bambini e anziani è spesso tornata appannaggio delle donne disoccupate, cassintegrate, di quelle che hanno ormai rinunciato a cercare un lavoro.
L'affanno dei bilanci degli Enti Locali rischia di ridurre ancora i servizi e proprio per questo c'è bisogno di più donne nelle amministrazioni: proprio l'Europa ci insegna che là dove le donne hanno più spazio, dove sono più occupate, dove esistono servizi sociali compatibili con gli orari di lavoro, dove le città sono efficienti ed organizzate, dove è maggiore il rispetto per le fasce deboli (bambini e anziani), l'economia ne risente positivamente, la società stessa risulta più giusta e inclusiva.
La sfida è proprio questa: attivare forme di condivisione dei servizi, di rimodulazione degli orari dei mezzi pubblici, delle scuole e degli asili, costringere le Conferenze dei Sindaci delle ULSS della nostra Provincia ad adottare, per esempio, protocolli chiari e ben pubblicizzati contro la violenza di genere.
Durante il 2013 il Telefono Rosa di Treviso ha ricevuto più di 200 richieste di aiuto da donne di tutta la provincia: aumenta il numero di quelle che superano la paura e la vergogna e decidono di affermare il proprio diritto a ricevere aiuto, a vedere puniti i colpevoli.
Sempre più donne hanno compreso che così aiutano anche le altre ad uscire dalla solitudine.
Tutto ciò non è sufficiente: va fatto funzionare un coordinamento fra le associazioni come il Telefono Rosa, i Comuni, le autorità sanitarie e di polizia che aiutino le donne vittime di violenza o di stalking.
Non solo: occorrono da subito iniziative in ambito educativo, che favoriscano lo sviluppo della consapevolezza da parte delle giovani e una crescita culturale e “amica delle donne” da parte dei ragazzi: solo da loro può venire quel cambio di prospettiva e di valori etici necessari a migliorare la vita di tutta la società.
Una società sessista e che discrimina le donne è una società malata e in decadenza.
Investire nelle donne, nella loro libertà, nella dignità, nella parità ad ogni livello conviene a tutti.
Questo è e sarà l'impegno delle Democratiche della provincia di Treviso.
BUON 8 MARZO


Isabella Gianelloni
Coordinamento Pari Opportunità PD provinciale di Treviso


mercoledì 26 febbraio 2014

#salviamoilcastello I giardini del Castello di Conegliano

INTERPELLANZA SULLO STATO DI MANUTENZIONE DEI GIARDINI DEL CASTELLO DI CONEGLIANO

PREMESSO CHE
  • L'area del Castello, comprendente la Torre-Museo, i giardini, piazzale San Leonardo e la chiesetta di S. Orsola, è il biglietto da visita ed il luogo più famoso della città.
  • Che tale area non solo ha un assoluto valore storico, artistico, architettonico, ma è la meta preferita dai turisti che arrivano a Conegliano e amata da tutti i nostri concittadini.
  • Che dal febbraio del 2012 è in essere la convenzione tra la pubblica amministrazione e la ditta Collot per la gestione dell'area stessa, stipulata con contratto n.111/2011
CONSIDERATO CHE
  • Alla ditta Collot spetta una parte della manutenzione del giardino, la posa di piante di fiori in alcune aree, lo sfalcio dell'erba in altre
  • Il Comune di Conegliano deve garantire la manutenzione del resto del sito e che ormai da lunghissimo tempo, dopo il crollo di una parte delle mura del lato nord e il pericolo di crollo di alcuni merli delle stesse sono stati posti dei teloni di recinzione che non solo non garantiscono la sicurezza ma hanno anche un pessimo esito estetico
  • Sotto tutte le mura del lato nord, fino alla fine della chiesetta di S. Orsola, si è formata una boscaglia inestricabile, che impedisce ogni passaggio anche al solo fine della manutenzione delle mura stesse
  • All'interno della Chiesetta di S. Orsola si notano alcune crepe profonde, soprattutto nella sala interna, che le grondaie risultano ostruite e che gli scarichi del bagno denotano scarsa funzionalità
Il sottoscritto consigliere CHIEDE:
  • Se questa Amministrazione intenda provvedere al più presto al ripristino di condizioni decorose per i giardini del Castello, e alla urgente manutenzione delle mura del lato nord, con massima attenzione all'incolumità dei numerosi turisti che con l'arrivo della primavera torneranno a popolare il nostro luogo più bello e famoso.
  • Se esistano o siano in programma perizie e azioni volte a verificare i danni interni alla chiesetta di S. Orsola e quali siano i progetti di manutenzione della stessa.

Isabella Gianelloni
24 febbraio 2014


venerdì 21 febbraio 2014

Il Cinquecento inquieto e il Duemila disperato

Ieri sera in Consiglio Comunale la maggioranza del Sindaco Zambon ha perso una buona occasione per dimostrare, almeno, un po' di lungimiranza e di coraggio.
Di fronte alla mozione presentata dal PD lo scorso ottobre (!), e discussa solo ieri sera, che chiedeva un pronunciamento politico e un impegno ad osservare quanto previsto dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e quanto scritto nel rapporto della Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto, la maggioranza ha pensato bene di bocciarla.
La scusa accampata dell'"ovvio" e del "dovuto" non regge. Chi ha amministrato finora questa città ben di rado si è preoccupato di salvaguardarne il glorioso e antichissimo passato: scavi e lavori anche nel cuore del centro storico non hanno mai visto l'intervento di archeologi professionisti per verificare la presenza di oggetti e manufatti preziosi.
Le vicende riguardanti il "parco del castello" degli ultimi mesi, poi, sono la cartina al tornasole del vero interesse esistente.
C'è una dose di ipocrisia in tutto questo: dire che è ovvio e dovuto preoccuparsi della salvaguardia del patrimonio archeologico e paesaggistico sottintende l'idea che tutto sia a posto e sappiamo che non è così.
Nell'approvare le ultime varianti al PRG (il PAT ancora non si sa che fine abbia fatto) non abbiamo mai sentito impegni seri volti ad osservare le disposizioni in materia (ricordiamo che il rapporto della Soprintendenza è giunto un anno fa).



A preoccupare è il futuro: ricordiamo che la nostra storia, i nostri monumenti sono un bene inalienabile e soprattutto non riproducibile. Ciò che si perde o si distrugge è perduto per sempre.
Da mesi e mesi le mura del lato nord del Castello versano in una situazione allarmante, i teloni verdi che impediscono di affacciarsi per il pericolo di crollo stanno diventando essi stessi parte del paesaggio (un orrendo paesaggio), i rovi e le sterpaglie sottostanti impediscono di pulire il terreno e di riparare i danni.
Che fine ha fatto l'idea di creare un vero "Parco del Castello", fruibile dalle persone e non solo scritto su un pezzo di carta ormai dimenticato?



Lungo Viale Benini, poco sotto il terrazzo del Belvedere, nella strada si sono aperte crepe che si allargano sempre di più, ormai ci si entra con una mano.

Provvederemo ad informare la Soprintendenza che la maggioranza ha bocciato una mozione che accoglieva e sottolineava l'importanza di quanto da essa comunicato.


venerdì 14 febbraio 2014

Consiglio Comunale sulla povertà - Conegliano 13/02/2014

Ieri sera a Conegliano si è tenuto un Consiglio Comunale aperto sul tema della povertà, chiesto ormai da mesi dalla sottoscritta e da tutto il gruppo del PD.
Sono intervenuti, con parole importanti e testimonianze di alto spessore, il Presidente della Provincia Leonardo Muraro, il Direttore dei Servizi Sociali dell'ULSS 7 Giuseppe Bazzo, il Presidente della Croce Rossa Giorgio Foltran e il responsabile della Caritas diocesana don Roberto Camilotti.
Di seguito pubblico il testo del mio intervento.

Discutere di povertà nel 2014 vuol dire affrontare una serie di situazioni dovute a cause diverse, che per una zona come la nostra, fino a poco tempo fa considerata “patria del benessere diffuso”, fanno tornare alla memoria i momenti più duri dell'ultimo dopoguerra.
Certamente la crisi economica persistente ha grande parte in questo aumento del disagio: sappiamo che negli ultimi anni la provincia di Treviso ha perso circa 26.000 posti di lavoro e al momento non si vedono segni di ripresa.

I dati provenienti dagli uffici comunali e da quanti si occupano della marginalità sociale e della povertà denunciano un andamento crescente del numero di persone costrette a ricorrere all'aiuto di altri per soddisfare i bisogni più elementari: non è possibile accontentarsi del fatto che il numero di quanti vivono senza fissa dimora rimane costante nel tempo.
A questo proposito dobbiamo avere ben presente che Conegliano, nel bene e nel male, è punto di riferimento del comprensorio, per forza di cose la nostra città attrae non solo gli affari ma anche la povertà, se non altro per la presenza dell'Ospedale e dei servizi forniti dall'ULSS contro le dipendenze, il disagio mentale. Due morti nel giro di pochi mesi, anche se non Coneglianesi, sono il sintomo di un disagio più diffuso di quanto si pensi.

I numeri che fanno più pensare, però, verso i quali occorre con urgenza cercare di mettere in atto politiche condivise e che abbiano qualche efficacia reale sono quelli riguardanti l'emergenza economica e sociale di chi, per il momento, una casa ce l'ha ma si trova sull'orlo di un tracollo.
Ascoltare i racconti dei volontari della Croce Rossa che svolgono le “visite” nelle famiglie di quanti chiedono i “pacchi viveri” dà il senso di quanto grave sia la situazione.
Non serve sottolineare che la povertà economica è spesso solo l'ultimo scalino di una situazione di disagio più complessivo: culturale, morale, sociale, sanitario.
La povertà colpisce soprattutto gli anziani, le donne e l'infanzia. Chi lavora nella scuola giornalmente sa bene quale e quanta sia la povertà che finisce per colpire massimamente i minori che spesso reagiscono violentemente alle umiliazioni ed alle difficoltà delle loro famiglie. La povertà non aspetta e la sofferenza di troppe famiglie, italiane e straniere, presenti sul nostro territorio, ha bisogno di piccoli passi concreti: non possiamo immaginare di avere ricette risolutive, occorre piuttosto iniziare in maniera organizzata e continuativa un'azione di supporto per quanti si trovano in situazione di bisogno.

I numeri forniti dall'Amministrazione parlano chiaro. Nel 2013 4.500 persone si sono rivolte agli uffici dei Servizi Sociali: 900 in più rispetto al 2011. Non solo, il Comune di Conegliano ha speso lo scorso anno 71mila euro in 212 micro-contributi una tantum di importo non superiore a 500 euro ciascuno. Ciò sta a significare che 200 persone (100 in più rispetto al 2011) si sono trovate nell'impossibilità di affrontare spese anche minime.
446 sono state le domande pervenute agli uffici del Comune in adesione al bando per l'emergenza sociale della Regione, di queste 333 riguardano nuclei familiari con figli e 201 richiedenti di cittadinanza italiana.
I dati forniti dalla Croce Rossa Italiana, dalla Caritas e dagli altri enti che “sul campo” affrontano giornalmente il problema parlano chiaro: centinaia di persone si rivolgono a loro ogni mese per ottenere i mezzi di sussistenza più elementari; fra questi, a detta degli operatori, ben pochi sono quelli che “approfittano” della situazione.

Si tratta di un mare di bisogni urgenti al quale è difficilissimo dare risposta, ben sapendo fra l'altro che le disponibilità finanziarie dei Comuni sono sempre più scarse.
Nessuno, credo, pensa che noi possiamo creare nuova occupazione o risolvere l'emergenza povertà: ciò che possiamo fare è favorire tutte quelle buone politiche che possono razionalizzare gli aiuti evitando lo spreco di energie, di risorse, di beni materiali, facendo sì che chi ha effettivo bisogno non venga sopravanzato da quanti approfittano della situazione, in maniera deliberata o, ancora una volta, per una sorta di povertà morale e culturale.

Per quanto riguarda il problema della casa è senz'altro positivo che si riapra lo sportello dell'Osservatorio Casa, ma non è possibile lasciare alla sola trattativa privata la soluzione di un problema così importante. Non è pensabile che, a fronte del perdurare della crisi, il comune non abbia un piano per l'edilizia pubblica e ignori la domanda di edilizia sociale. Né si può minimizzare quest'ultimo problema partendo dal presupposto, tutto da verificare, che solo una piccola parte dei 180 richiedenti un alloggio di edilizia sociale abbia i requisiti.

Il vero e proprio appello che possiamo cogliere dagli operatori è quello però (fatto salvo l'obbligo alla riservatezza dei dati) di un coordinamento vero, della messa in rete dei dati riferiti ai bisogni reali, così da promuovere atti concreti e utili.

3 sostanzialmente i fronti sui quali agire:
  • Senza tetto. Come si sa esistono persone “volontariamente” senza fissa dimora ed altri che si trovano invece in difficoltà a causa della perdita del posto di lavoro e, questione da verificare nel nostro territorio, mariti separati costretti a lasciare le abitazioni al coniuge e ai figli e non in grado di provvedere a se stessi. È possibile pensare a case di accoglienza?
  • I poveri. La distribuzione e la raccolta dei viveri vanno razionalizzate per evitare innanzi tutto l'accumulo di alimenti che rischiano di andare in scadenza. Per quanto possibile i volontari della Croce Rossa cercano di conoscere l'esatta entità del numero di persone di ogni nucleo familiare, la presenza di minori e/o di bambini molto piccoli. Da questo punto di vista il coordinamento con i Servizi Sociali del Comune è fondamentale. Va rivisto il Banco Alimentare, coinvolgendo da un lato nuovi soggetti volontari e dall'altro avviando contatti con la grande distribuzione.
  • Le persone a rischio povertà. È questa una delle questioni più complesse, soprattutto a causa della difficoltà di ottenere dati certi e della naturale ritrosia delle persone a denunciare le proprie difficoltà. Proprio in questo ambito più prezioso può diventare un rapporto continuativo di scambio di informazioni fra i Servizi Sociali del Comune, quelli dell'ULSS, le OO.SS., i rappresentanti delle comunità straniere presenti in città. A questo proposito, anche a detta di quanti già lavorano in questo settore all'interno dell'Amministrazione comunale, l'apporto dei mediatori culturali si è rivelato finora preziosissimo per evitare fraintendimenti e per aiutare la comprensione dei problemi e anche delle regole.
Molti comuni italiani si sono attivati in questi ultimi anni per cercare di affrontare il problema della povertà. Uno degli strumenti rivelatosi utile è stato quello dell'accordo con la grande distribuzione 
per attivare “carte famiglia” che danno la possibilità di consistenti risparmi sui generi di prima necessità.
Una questione delicatissima e che credo andrebbe supervisionata in accordo con il settore sociale dell'ULSS è quella relativa ai minori ed alla loro tutela. Come detto la povertà è spesso un fattore anche morale e culturale ed i minori pagano certe situazioni anche in termini di salute: tutti gli insegnanti sanno che spesso i ragazzi vanno a scuola anche se ammalati per la semplice ragione che i genitori o i parenti non sanno dove e come sistemarli, col risultato che la scuola si trova, ancora una volta, a dover affrontare altri problemi senza alcuno strumento per risolverli.

Credo che questa sera dovremo uscire da questo Consiglio con la volontà di ritrovarci entro breve, con quanti intendono operare in questo ambito, per formulare interventi unitari e coordinati.

Isabella Gianelloni – 13 febbraio 2014

mercoledì 12 febbraio 2014

Buon compleanno a l'Unità

Con un linguaggio che appartiene di sicuro non solo allo scorso secolo ma ad un altro millennio, Antonio Gramsci pensava al nuovo giornale come ad un luogo di avanzamento politico e culturale che portasse l'Italia a diventare "Repubblica federale degli operai e contadini".
Chiunque abbia almeno un po' letto le sue riflessioni sa quanto profonda e partecipata fosse la sua riflessione riguardo all'Italia in quanto Nazione e quanto grande lo sforzo per far avanzare, non solo e non tanto le idee comuniste nella società, ma nel sollevare il livello culturale di quelle che un tempo si chiamavano "masse proletarie".
Oggi quel giornale compie 90 anni, un grande traguardo per un foglio che nasceva proprio mentre Mussolini si apprestava a dispiegare tutta la forza delle leggi liberticide, a far uccidere Giacomo Matteotti, ad incarcerare Antonio Gramsci e con lui centinaia di antifascisti.
L'Unità nasceva come un atto di coraggio: negli anni della clandestinità viaggiò nei doppifondi delle lacere valigie di quanti trasportavano in ogni angolo d'Italia le speranze di riscatto.
Ma questo è il passato.
Come passata è quella che Alfredo Reichlin oggi definisce "l'ambizione di essere i migliori". Forse.
Quell'ambizione riguardava una nuova classe dirigente, nata da quella che si chiamava classe operaia, che avrebbe dovuto avere una visione e una cultura, una interpretazione del mondo.
L'Unità ha attraversato, con alti e bassi, la storia di un'Italia che ancora stenta a trovare la propria strada, che arranca non sapendo valorizzare quel tantissimo di buono che ha, che pare strangolata dalle spire di criminalità, malaffare, malgoverno, vizio di dare sempre e comunque la colpa agli altri, incapacità di affrontare le proprie responsabilità.
Per chi come me (siamo tantissimi) si è avvicinato alla politica con il sogno di eliminare le ingiustizie, dare dignità e giustizia al lavoro e agli ultimi, senza guardare il colore della loro pelle, il Paese di provenienza, il modo di stare al mondo, l'Unità ha significato sentirsi parte di un tutto più grande, sapere di avere uno strumento di approfondimento, di tenere fra le mani (cito ancora una volta Reichlin, maestro per tanti di noi) un vessillo.
Molto è cambiato, per fortuna. Il mondo va avanti e il grande problema della sinistra è quello di non riuscire più a leggere per tempo i cambiamenti così da trasmettere chiavi di risoluzione.
E' cambiata la comunicazione, o meglio i suoi strumenti, ma non è cambiata la necessità di dare alle persone gli strumenti per la comprensione del mondo. Siamo drogati di notizie ma ci manca spesso l'informazione vera, quella che stimola la coscienza critica.
Abbiamo una Repubblica, questo è vero, che sta tentando di darsi una struttura meno centralistica.
Gli operai del 2014 sono diversi da quelli del 1924, così come i contadini.
Non era sbagliata, però, l'idea che questa nostra Repubblica debba fondare la propria forza sulle tante diversità, che debba essere il lavoro, in tutte le sue varianti, a tornare al centro della politica, che la terra si chiama settore primario perché dà cibo e valore aggiunto ad un Paese unico al mondo.
L'auspicio di Antonio Gramsci forse andrebbe ripreso: la grande varietà positiva dell'Italia è la via maestra per ricostruire fiducia, partendo dal lavoro, dal sudore quotidiano e dal sacrificio di chi ogni giorno vorrebbe andare a lavorare sereno.
L'Unità è e rimane uno straordinario strumento di riflessione e di spinta all'azione per migliorare.
Grazie e buon compleanno Unità!

Isabella Gianelloni

domenica 2 febbraio 2014

Il nuovo sessismo ignorante non fermerà il cammino delle donne


Disse Sibilla Aleramo:”Si dovevano toccare gli abissi dell’orrore e della tragedia perché gli uomini si convincessero a chiedere l’aiuto delle donne nella società e nella politica”.



Grazie al contributo e al coraggio di 21 Madri della Repubblica e di tutte quelle che precedentemente avevano portato avanti questa battaglia, in prigione, al confino, in esilio, nella Resistenza armata e in quella quotidiana, le donne entrarono ufficialmente dalla porta principale nella vita pubblica del nostro paese, attraverso il riconoscimento nella nostra Costituzione di principi come la pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini (art. 3), la parità tra uomini e donne in ambito lavorativo (art.4 e art.37), l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi all’interno del matrimonio (art.29) e la parità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di uguaglianza. Un cammino tortuoso e difficile, che può essere più facilmente compreso pensando che per ben venti volte, prima del 1946, la richiesta del voto alle donne era stata presentata e per ben venti volte era stata respinta.

Le Costituenti non si fermarono mai: le Parlamentari di oggi dovrebbero tenerle come esempio di tenacia e di sobrietà, volontà di affermare le idee e massimo rispetto per le Istituzioni democratiche, conquistate con sacrificio, sangue e dolore.
Oggi l'Italia, fra tanti tristi primati, ha anche quello di sembrare ancora un Paese sessista, retrogrado, con una bassissima considerazione delle donne, ridotte a "corpo" possibilmente messo in mostra se risponde ai canoni dettati da altri.
Non è certamente tutto così ed è necessario che donne e uomini diano segnali nuovi, incoraggiando le donne all'impegno, a parlare, a ribadire ancora una volta ciò che la Costituzione già afferma.
Lo chiedo prima di tutto alla politica, che deve recuperare l'autorevolezza che dovrebbe esserle propria, la sobrietà e la serietà dei comportamenti, il rispetto per gli altri, per se stessi e per il ruolo che si riveste.
Faccio mia una frase di Floriana Casellato, deputata di Treviso. "Entrare in Parlamento esige tutto il rispetto e la sacralità di un luogo, per certi aspetti, simile ad una Chiesa: quel luogo rappresenta tutti gli Italiani, i Parlamentari vi svolgono un servizio di altissimo valore".
Brava On. Casellato: vorrei tanto che dalle donne che siedono alla Camera e al Senato ripartisse la riscossa di una politica che deve cacciare manipoli vari, ciarlatani e demagoghi.

Isabella Gianelloni 
Referente Pari Opportunità
PD Provinciale Treviso