Il colle è la mia prospettiva. Le colline non sono mai le stesse, come le attività di chi studia e scrive. Dall'alto lo sguardo spazia e aiuta la fantasia, la ricerca; guardare aiuta a pensare, a mettere insieme le idee, quelle che fanno scrivere per sé o per far leggere agli altri ciò che si produce.

sabato 30 luglio 2016

Dagli al politico?

Platone, uomo che ai malvagi non è lecito lodare (Aristotele)
In questo nostro grande e meraviglioso Paese gli sport nazionali non cambiano mai molto, si diversificano, mutano con l'evolversi dei tempi, con una costante imprescindibile: devono essere praticati rigorosamente dal divano.
Oggi abbiamo aggiunto una variante: cioè la grande goduria di sedersi davanti a una tastiera, collegarsi ad Internet e ...oplà, il gioco è fatto, oltre ad esperti di F1, calcio, tennis, tantissimi si sono trasformati in finissimi statisti, esperti di banche e finanza, scrittori di leggi e soprattutto esegeti del diritto. Tutti con una certezza: i politici (tutti, in parte, quali poi?) sono innanzi tutto ladri, poi corrotti, poi incapaci, poi legati alla servitù di belzebù o chi per esso, in sostanza gente che passa il proprio tempo a inventarsi nuovi modi per tradire la fiducia e abbindolare il povero cittadino indifeso.
Sia chiaro, decenni di malaffare, di tangenti, scandali, perfino stragi hanno tolto credibilità ad un'intera classe dirigente e ciò che è accaduto nei vent'anni seguiti a "Tangentopoli" non ha aiutato a rinnovare la fiducia fra la politica, le istituzioni e gli Italiani.
Ricordo però (sono abbastanza vecchia per questo) che molti di quelli che inondano oggi la rete di veleno distribuito a destra e a manca, avevano dileggiato chi si opponeva a quel modo di fare, chi aveva denunciato la deriva dei partiti che stavano occupando ogni spazio dello Stato: Enrico Berlinguer, tanto per non fare nomi, venne preso in giro, chiamato "inutile moralista", uomo che voleva un mondo triste e quant'altro. C'era, allora, la "Milano da bere", il prendere e arraffare in ogni dove, ma allegramente, senza troppo pensarci su. 
Ciclicamente, poi, saltano fuori gli uomini del destino, quelli del ghe pensi mi, quelli che "lasciate fare a me che li sistemo io", che fondano un movimento che "non vuole comandare ma solo cambiare", salvo poi inserirsi perfettamente nel sistema, piazzando chi di dovere nei posti giusti. Storia degli ultimi vent'anni ma anche di questi ultimissimi mesi. Con l'aggravante, soprattutto in questo ultimo periodo, di gente spesso impreparata, di apprendisti stregoni abilissimi però a inondare la rete e le reti televisive di annunci farlocchi, capriole incredibili nel cambiare opinione, insulti beceri verso chiunque altro.
Ebbene, che fare? Come uscirne? Serve, secondo me, tanta politica, quell'attività senza la quale una società non esiste, quell'attività che ha bisogno di gente onesta ma preparata, che ha soprattutto bisogno della partecipazione vera di cittadini attenti e che si informino.
Chiunque, dietro una tastiera, con un nome fasullo, addirittura con testate giornalistiche false, è ormai in grado di pubblicare false notizie, allarmanti news a partire da leggi mai discusse in Parlamento per finire a mettere a repentaglio la salute dei cittadini.
Serve molta più politica, quella che aiuta a distinguere i corrotti dagli onesti (la maggioranza, ricordiamocelo sempre), i voltagabbana dalle persone coerenti che lavorano duramente (la maggioranza), chi governa e chi sta all'opposizione, chi apre la bocca per i propri interessi spiccioli e chi si occupa, anche commettendo errori (a non sbagliare mai sono gli sportivi del divano) del bene comune.
Come tutti sanno appartengo anch'io alla classe politica, sia pure ad un livello basso, e mi rendo conto di quanto sia difficile capire e farsi capire. Non sopporto però questo mettere tutti sullo stesso piano, questo far credere che sia tutto facile, che non serva studiare e prepararsi, cominciare dalla gavetta, soprattutto è insopportabile chi fa politica facendo finta di stare da qualche altra parte, chi critica ben sapendo che magari ha mendicato favori ovunque o ha un posto di lavoro grazie al potente di turno, chi si professa senza idee politiche...

Occuparsi in qualsiasi modo della cosa pubblica è fare politica (la forma più alta di occupazione degli esseri umani), criticare, proporre è fare politica, candidarsi al Consiglio Comunale è fare politica, in questo caso compiendo delle scelte e schierandosi apertamente deve essere però la base da cui si parte.

Anche scrivere falsità su Facebook è fare politica, far credere che siano "tutti uguali" è fare politica, far avanzare l'ignoranza è fare politica, però disonesta. 

La conclusione: la ricetta giusta è difficile, ma di sicuro vale la pena di pensare e informarsi meglio prima di parlare, studiare e prepararsi prima di candidarsi a governare, dire con chiarezza come la si pensa (siamo in un paese libero) e non far credere di essere obiettivi.

domenica 24 luglio 2016

Lettera aperta ai giornalisti italiani

Oggi, come si dice, ho preso carta e penna ed ho scritto alla Federazione Nazionale della Stampa, all'UsigRai, all'ordine dei giornalisti e all'AgCom. Credo che sia ora che almeno i giornalisti veri evitino atteggiamenti e modi di fare che poco hanno a che fare con il diritto di cronaca e molto con la ricerca dell'audience a tutti i costi. Di seguito il testo.

Buon pomeriggio,
scrivo in qualità di cittadina e di Consigliere Comunale di una piccola città del Veneto, Conegliano, provincia di Treviso.
In ambedue gli ambiti credo che il rispetto della Costituzione e dei diritti e doveri di ciascuno debba essere la linea conduttrice. La libertà di pensiero, opinione, espressione e stampa è una delle maggiori conquiste del mondo libero, un valore assoluto da cui è impossibile prescindere.
Viviamo tempi difficili, terribili, nei quali la cronaca deve spesso rendere conto di omicidi efferati, stragi, terrorismo, guerre e distruzioni. Siamo anche, però, nel tempo dell'ipertrofia da informazioni, della valanga di notizie, o presunte tali, gettate in rete in pasto di chiunque, soprattutto dei troppi creduloni e del numero sempre troppo grande di profittatori, provocatori e anche peggio.
La "civiltà 2.0" tende a correre veloce e chi si occupa di informazione sa bene che contano i titoli, a malapena gli occhielli, sempre meno persone leggono poi il testo integrale degli articoli. Il potere dell'informazione è enorme, la disinformazione rischia di creare danni tremendi. Per questi motivi credo che la stampa debba, in qualche modo, darsi delle regole non certo limitanti il diritto di cronaca, ma che tendano ad evitare titoli e parole che possano essere mal interpretati, che diano o permettano letture lesive dei diritti di tutti, a partire dalla privacy per finire alla dignità delle persone e delle comunità, anch'esse tutelate dalla nostra Costituzione.
Soprattutto nell'ultima terribile vicenda dei fatti di Monaco di Baviera ho seguito con fastidio le cronache televisive e giornalistiche: più di qualche volta, in barba al comportamento tenuto dalle autorità tedesche, è parso che qualcuno fosse dispiaciuto di non poter parlare di terrorismo islamico.
Il terrorismo è il nemico pubblico numero uno, a cui va affiancato il razzismo, suo formidabile alleato: ambedue vanno combattuti con forza.
Oggi, nel TG1 delle 13.30, l'ultimo grave (secondo me) episodio: la giornalista, introducendo la conferenza stampa del capo della polizia bavarese ha esordito dicendo: "Dobbiamo chiederci come abbia fatto un iraniano di 18 anni a procurarsi un'arma" (più o meno testualmente, ma la parola iraniano c'era).
1. Si trattava di un ragazzo di 18 anni e basta.
2. Non si trattava di un iraniano ma di un tedesco, come lui stesso ha tenuto a precisare prima di morire.
3. Il capo della polizia parlava invece del rammarico per il fatto che un giovane abbia potuto procurarsi un'arma. Lo stesso funzionario parlava della necessità di rivedere le leggi che riguardano la diffusione delle armi in Germania.
Perché in Italia continuiamo a diffondere notizie tendenziose? Quella parola, iraniano, è la prima arrivata alle orecchie degli ascoltatori.
Davvero l'audience giustifica ogni cosa?
Sono convinta che una auto-regola di attenzione alla materia che si maneggia, la decisione di evitare i toni urlati o quelli che solleticano la "pancia" peggiore delle persone, porterebbero grandi vantaggi alla stessa informazione e alla convivenza civile del nostro Paese.
Grazie per l'attenzione.

domenica 10 luglio 2016

La scelta libera di Arturo Dall'Armellina

Nella primavera del 1975 frequentavo la terza media e ricorreva il trentesimo anniversario della Liberazione. C'era un gran fermento: le stragi avvenute in quegli anni, gli estremismi che si confrontavano con violenza parevano voler togliere la scena alla memoria di una grande prova del popolo italiano, della sua conquista della democrazia.
La mia insegnante di lettere ci portò a vedere una grande mostra sulla Resistenza allestita nella sala del Consiglio Comunale di Conegliano: a illustrare le foto dei cinquantenni nel pieno della loro attività, i partigiani ventenni spesso ritratti nelle foto, con le barbe e gli occhi spavaldi dei giovani.
Fu allora che li conobbi, i partigiani della nostra zona, fu allora che mi spiegarono perché trent'anni dopo era sorto anche qui un Comitato Antifascista per difendere la democrazia. Il Presidente di quel Comitato era Arturo Dall'Armellina. Non era tanto alto, ma la sua voce e i suoi occhi non lasciavano scampo: tranquillo, pacato ma intransigente come chi sa di aver compiuto tanti anni prima una scelta per la vita. Aveva scelto la libertà e continuava a difenderla, da uomo politico, da partigiano impegnato, da fervente cattolico, da padre di una numerosa e amatissima famiglia.
Circa trent'anni dopo lo incontrai per intervistarlo: lui e altre otto personalità del dopoguerra coneglianese furono i protagonisti del mio primo libro. Io ero emozionata e lui un fiume in piena, raccontava, spiegava le ragioni di quella scelta, la volontà di stare sempre dalla parte di quelli che chiamava poreti, soprattutto, mi disse era "difficile anche aiutare questa gente a capire che poteva in qualche modo far valere i suoi diritti".
Riteneva, Arturo, che fosse necessario conoscere a fondo il territorio, le esigenze dei ceti più popolari per indirizzare le scelte della politica e che bisognasse trovare alleanze e punti in comune con le altre espressioni del mondo politico e sindacale. Era un democristiano che si ritrovò ad essere protagonista dello sciopero della Zoppas del 1960, quando perfino i sindacati della FIAT vennero qui a vedere cosa stesse succedendo. Così mi raccontò: "Noi che ci occupavamo del sociale abbiamo sempre avuto un rapporto particolare anche con le persone che sostenevano idee politiche diverse. Ne ebbi la controprova nel '60 durante i 45 giorni del famoso sciopero alla Zoppas, quando, trattandosi di nominare un presidente dell'ambiente sindacale, anche la CGIL fu d'accordo sul mio nome. (...) Da allora ho sempre perseguito la stessa idea: più delle differenze ideologiche contano le affinità sociali, gli obiettivi, la comune tensione per arrivare alla soluzione delle questioni reali, concrete".
All'epoca della mia intervista, nel 2004, Arturo Dall'Armellina, ormai ottantenne, non smetteva di dare il suo contributo alla società, lavorando per l'associazione degli invalidi di guerra.
A piedi, lo si vedeva attraversare la città ogni mattina, con la sua preziosa cartellina sotto il braccio, il passo sicuro e lo sguardo sereno

Ora non c'è più, il suo ricordo rimane sicuramente nella sua grande famiglia, ma deve restare anche patrimonio della sua città, davvero tanto amata ma spesso troppo distratta.


mercoledì 29 giugno 2016

Letteratura e bellezza contro l'orrore. #istanbul #bellezza

Ancora bombe, ancora morti, ancora orrore. Allo sdegno devono seguire politiche attive contro il terrorismo, a noi cittadini la capacità di discernere, capire, aprire la mente verso un mondo che cambia e si evolve.
Difficile dire ancora qualcosa davanti ad altro sangue innocente. Mi sento solo di dedicare a noi tutti qualche riga bellissima di Marcel Proust sulla scrittura e sulla lettura.

 Quanto al libro interiore di segni sconosciuti (segni in rilievo, sembrava, che la mia attenzione, esplorando il mio inconscio, andava a cercare, urtava, aggirava come un palombaro che scandaglia), per la cui lettura nessuno poteva offrirmi l'aiuto di nessuna regola, la lettura stessa consisteva in un atto di creazione dove non c'è alcuno che possa sostituirci e nemmeno collaborare con noi. Quanti, così, tralasciano di scriverlo! Quanti compiti non ci si assume pur di sottrarsi a quello! Ogni avvenimento, fosse l'affare Dreyfus, fosse la guerra, aveva fornito altre scuse agli scrittori per non decifrare quel libro; volevano assicurare il trionfo del diritto, rifare l'unità morale della nazione, non avevano il tempo di pensare alla letteratura. Ma erano solo delle scuse, perché non avevano - o non avevano più - genio, cioè istinto. L'istinto, infatti, detta il compito, e l'intelligenza fornisce i pretesti per eluderlo. Solo che le scuse non fanno parte dell'arte, le intenzioni non vi contano nulla, in ogni momento l'artista deve ascoltare il proprio istinto, e questo fa sì che l'arte sia quel che c'è di più reale, la più austera scuola della vita, e il vero giudizio finale. Quel libro, arduo più di ogni altro da decifrare, è anche il solo che la realtà ci abbia dettato, il solo che sia stato "impresso" in noi dalla realtà medesima. Di qualsiasi idea lasciataci dalla vita si tratti, la sua figura materiale, traccia dell'impressione ch'essa ha prodotta in noi, è comunque il pegno della sua verità necessaria. Le idee formate dall'intelligenza pura non hanno che una verità logica, una verità possibile, la loro elezione è arbitraria. Il libro dai caratteri figurati, non tracciati da noi, è il solo nostro libro. Non che le idee formate da noi non possano essere giuste dal punto di vista logico; ma non sappiamo se sono vere. Slo l'impressione, per misera che ne sembri la materia e ineffabile la traccia, è un criterio di verità, perché lei sola è capace - a patto ch'esso sappia estarne quella verità - di condurlo a una perfezione maggiore e di dargli una gioia pura. L'impressione è per lo scrittore ciò che la sperimentazione è per lo scienziato, con la differenza che nello scienziato il lavoro dell'intelligenza viene prima, nello scrittore dopo. Ciò che non abbiamo dovuto decifrare, chiarire col  nostro sforzo personale, ciò che era già chiaro prima di noi non ci appartiene. Viene da noi solo quanto traiamo dall'oscurità che è in noi ed è ignoto agli altri.

Marcel Proust - Il tempo ritrovato

domenica 26 giugno 2016

Salviamo le mura! #Coneglianocittàmurata @fondoambiente

Grazie al FAI (Fondo per l'Ambiente Italiano) e alla collaborazione di qualche prezioso volontario oggi qualcuno ha potuto godere della bellezza, del fascino, degli scorci e dei panorami delle mura di Conegliano. Capita di rado e grazie alla sensibilità di un proprietario che ha anche falciato l'erba e messo a disposizione il suo albero grondante succosi amoli i fortunati sono entrati attraverso uno dei misteriosi cancelletti lungo le mura Carraresi.
Stamattina, come per incanto, si è aperto anche il cancelletto delle mura della Castagnera, la ripida salita ci ha permesso di entrare nella storia, sulle tracce di guerrieri e frati minori, architetti antichi e maestranze sapienti. 
Lo spettacolo è meraviglioso, la possanza delle mura maestosa, il restauro del lato ovest appare in tutta la sua bellezza, ma.... solo per pochissimo e tempo e solo per pochi!
Da questo lato il restauro, splendido, è stato fatto, ma nessuno può goderne.
Sul versante nord, lo sappiamo, la situazione è disastrosa sotto ogni punto di vista, nulla si muove da anni, se non i bastioni che stanno scendendo verso valle, rischiando di disperdere per sempre un patrimonio che non ha prezzo.
Chi ci amministra, nonostante gli stimoli e le tante voci, continua a snobbare anche gli strumenti a disposizione, come l'Art Bonus: centinaia di comuni ed enti italiani si sono iscritti nella lista nazionale http://artbonus.gov.it/ , iniziando a mostrare i progetti e a cercare mecenati. Non è facile, ma si può fare, bisogna fare, non restare a guardare l'inesorabile declino del nostro tesoro più prezioso, magari solo per l'egoismo di qualcuno che ha paura di improbabili "invasioni".
L'arte, la storia, il patrimonio architettonico sono di tutti e tutti devono avere la possibilità di fruirne.
Abbiamo progetti pronti e approvati, ma giacciono da anni: non ho mai visto questa amministrazione darsi davvero da fare per superare gli ostacoli e dare il via al restauro e all'apertura di un percorso davvero straordinario.
In cinque consiglieri comunali abbiamo presentato una mozione per chiedere che almeno il progetto di restauro del castello e delle mura di Conegliano vengano inseriti nel sito di Art Bonus (come hanno fatto Mareno, Cison, Santa Lucia, Pieve di Soligo.....).
Per chi ne ha voglia, di seguito il testo della mozione.
P.S. Grazie all'arch. De Mori, all'arch. Potocnik, al dott. Dal Canton, alla prof.ssa Zanussi per la disponibilità dimostrata nei confronti del FAI. Una passeggiata davvero stupenda.




Oggetto: Mozione per diventare parte degli Enti partecipanti all'Art bonus.

PREMESSO CHE:

  • La città di Conegliano ha già ottenuto l'approvazione di due progetti riguardanti il restauro della Cinta muraria, della Rocca di Castelvecchio e altre opere minori collegate, così denominati:
  1. Restauro, consolidamento e valorizzazione della Cinta muraria occidentale e della Rocca di Castelvecchio (2° stralcio funzionale);
  2. Restauro, consolidamento e valorizzazione di cinta muraria, Rocca di Castelvecchio e viabilità storica minore – 3° stralcio funzionale – Calle Madonna della Neve, Cinta Muraria Settentrionale, parcheggio via dei Pascoli e collegamento a Porta del Soccorso”;
  • A tutt'oggi per diversi motivi, non si è proceduto all'inizio dei lavori ed i beni sopra esposti corrono il rischio di danni irreparabili alle strutture;
  • La restituzione alla collettività dei beni avrebbe un grande impatto positivo sia sul piano dell'arricchimento culturale di Conegliano che dell'afflusso dei turisti;

CONSIDERATO CHE:
  • Ai sensi dell'art.1 del D.L. 31.5.2014, n. 83, "Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo", convertito con modificazioni in Legge n. 106 del 29/07/2014 e s.m.i., è stato introdotto un credito d'imposta per le erogazioni liberali in denaro a sostegno della cultura e dello spettacolo, il c.d. Art bonus, quale sostegno del mecenatismo a favore del patrimonio culturale.
  • In tutto il territorio nazionale molti Comuni hanno aderito all'iniziativa Art bonus, entrando a far parte dell'elenco dei partecipanti, dando così maggior visibilità ai propri progetti, permettendo a cittadini e mecenati interessati di conoscerne le proposte. ( www.artbonus.gov.it )
  • Fra questi Comuni alcuni sono anche vicini a noi (Mareno di Piave, Cison di Valmarino, San Polo di Piave, Pieve di Soligo, Refrontolo e Santa Lucia di Piave per citarne alcuni).
I sottoscritti consiglieri CHIEDONO che il Consiglio comunale impegni la Giunta a predisporre quanto necessario per inserire anche i due progetti sopra indicati relativi al restauro della cinta muraria del castello nell'elenco nazionale e poter così avviare la ricerca e il reperimento dei fondi necessari alla realizzazione.
I consiglieri comunali
Isabella Gianelloni – Alessandro Bortoluzzi – Paolo Giandon
Laura Rossetto – Flavio Pavanello

venerdì 24 giugno 2016

Sputare in faccia alla storia. E ai giovani #Brexit

Non parlo mai pubblicamente di mia figlia, soprattutto per la sua ritrosia, per la sua grande modestia e il culto (molto british) della privacy.
Ma oggi non posso prescindere dalle sue lacrime e dalla sua amarissima considerazione: "Hanno sputato in faccia alla Storia. Come se dall'umanesimo in poi fosse tutta aria sprecata".
Il dramma non è solo e non tanto che la Gran Bretagna abbia deciso di uscire da un'Unione da cui ha ricevuto ben più di quanto abbia dato, che un pezzo di Europa pensi di rimanersene beatamente solo in mezzo al mare. Già Scozia e Irlanda del Nord stanno cominciando ad alzare la voce, a chiedere autonomia da un Paese che si dimostra fermo, pieno di paura, proprio quel Paese che ha ampliato smisuratamente i propri confini andandosi a prendere la terra altrui in tutto il pianeta.
La Gran Bretagna se la vedrà con i propri immensi problemi.
A preoccupare è soprattutto l'idea, cavalcata da troppi leader (non certamente statisti) incapaci di guardare avanti, occupati a tamponare qualche falla elettorale, a cavalcare le assurde paure della cosiddetta "gente" piuttosto che a compiere qualche semplice riflessione.
Chi si è isolato dal resto, da che mondo è mondo, alla fine ha sempre desolatamente perso, travolto dal fluire degli eventi. 
Pensare di starsene beati nel proprio isolamento è una illusione, per giunta criminale: l'Occidente, per tutto quanto ha combinato nel resto del pianeta nei secoli e decenni scorsi e per quanto continua a lucrare nelle tremende contraddizioni di Africa e Asia, non può far finta di non sapere perché milioni di persone lasciano la propria terra per cercare salvezza e futuro. Noi occidentali, noi Europei, dovremmo avere almeno la decenza di tacere.
I Paesi giunti per ultimi nell'Unione Europea hanno ricevuto miliardi di euro di aiuti, di crediti, autostrade spianate per costruire, industrializzare: dopo pochi anni credono di rifarsi sui più poveri: agghiacciante e ingiusto.
La gente ha paura? Sacro dovere di chi la governa sarebbe quello di spiegare che si tratta di paure inutili, che il mondo va avanti perché si mescola, che siamo tutti il risultato di milioni di mescolanze.
Credo fermamente che buona parte di questa classe dirigente europea, con le dovute eccezioni, fra cui il nostro governo almeno in questo settore, non sia degna  del ruolo che riveste, incapace di guardare un metro fuori dal proprio giardino, incapace di pensare che cosa vogliamo lasciare alle generazioni future.
Dopo 70 anni non ci stiamo ancora sparando fra europei e non abbiamo forse compreso quale grande valore ci sia dietro un dato di fatto che non è per nulla scontato: l'impressione è che sia in corso un altro tipo di guerra, che sparge sì sangue ma soprattutto odio e aridità.
La cosa più grave è che i vecchi stanno tradendo i giovani, essendo ormai la maggioranza in un continente sempre più vecchio hanno voluto tarpare le ali ai sogni delle giovani generazioni.
Cara Elena, di queste classi dirigenti ne abbiamo piene le tasche, i cambiamenti, quelli veri, sono sempre giunti dai giovani che studiavano, si applicavano, ricercavano, si parlavano, si confrontavano.
In un Medioevo agli sgoccioli fu la Firenze senza analfabeti a gettare le basi del futuro, dell'Umanesimo, del Rinascimento.
Tocca a voi, a quella che tutti chiamano "generazione Erasmus", ai tanti giovani che non concepiscono frontiere, dare una scossa all'Europa.
Fatevi protagonisti del vostro futuro: tanti, anche delle generazioni trascorse, ci staranno, aiutandovi. Del resto, degli imbonitori e dei parrucconi, potete anche fare volentieri a meno.


domenica 19 giugno 2016

Venezia che trascina


Ogni volta diversa, ogni volta trascina: inutile e dannoso resisterle, Venezia è quel che è, unica, immutabile eppure sempre diversa.
Ieri mi mancava il cappello di paglia: complice la giornata estiva e il cielo dipinto di un azzurro che fa cambiare anche il colore dell'acqua, scendere dal treno ha significato un tuffo in quell'estate tanto attesa e che non è ancora arrivata.
La stazione ferroviaria pare un luogo impazzito, centinaia di persone che vanno e vengono da e per chissà dove, tentando di guadagnare l'uscita trovo piedi e spalle che incrociano i miei, un pullulare di "sorry" con gli accenti più diversi.
Fuori, nel bagliore di un pomeriggio memorabile, un improvviso sciame di scarpe, berretti, fru-fru e improbabili mises mi trascina di qua e di là. Opporsi? Del tutto inutile, meglio intrufolarsi nella massa.
Crisi, brexit, minacce, tutto svanito nell'insopprimibile desiderio di tutti, quello di essere lì, in quell'attimo, rubando a Venezia immagini, sensazioni, colori, immagazzinando nella memoria i contorni dei palazzi e delle gondole, il sempiterno chiacchiericcio di sottofondo, l'immensa massa di paccottiglia in vendita.
Lo slalom tra i selfie e le fotografie in cima al ponte degli Scalzi ha del comico, sono convinta di essermi trasformata in involontaria intrusa in qualche immagine che sarà vista chissà in quale angolo del pianeta.
Comprendo il fastidio dei veneziani, in fondo Venezia è loro e vorrebbero circolare in santa pace, ma la convivenza con i turisti ed i visitatori è il prezzo pagato ad un luogo unico al mondo; tutto il pianeta o ci è stato o vorrebbe venirci e quelli che non sono ancora nati subiranno lo stesso fascino, un giorno.
Poi, all'improvviso, il cambio di scena, come nelle migliori pièces teatrali: stessa luce, stessi contorni, ma il silenzio fra calli strettissime e, sullo sfondo, una gondola che scivola sull'acqua. Ne sento distintamente il fruscio leggero, mentre qualche passo si avvicina. E allora sorrido, pensando fra me che sono fortunata ad essere veneta, ad aver frequentato da sempre questa città, a saperla girare facendo finta di perdermi nel labirinto di calli e fondamenta.
San Giacomo de l'Orio, la meraviglia di un boschetto intrufolato fra i masegni a far da guardia a una delle chiese più antiche di Venezia, veneziani e non che ciondolano leccando un gelato, un po' di gente in attesa delle prossime calli quasi deserte, da percorrere tranquillamente col naso all'insù.
La meta, in fondo, è molto vicina; Ca' Pesaro, maestosa e scintillante, oggi accoglie un sogno che si sta realizzando: Venezia Città delle donne, Venezia ancora una volta aperta al mondo e soprattutto al mondo di chi ha meno voce.

 A dare lustro a un incontro speciale una platea composta soprattutto di donne in festa: capaci, intelligenti, pronte a mettersi ancora una volta in gioco.
Venezia si mette alla testa di un progetto ambizioso, che riparte proprio dalla meraviglia dei propri musei, dalla propria antica e gloriosa tradizione, dal proprio immenso "appeal" per dire che si può fare, che anche qui, dove tutto appare così complicato, si può produrre cultura in modo nuovo.
Wi-Fi e fasciatoi per cambiare i piccoli, angoli per i bambini, accoglienza e nuovi stimoli dai giovani visitatori che fra tele preziose, merletti frutto di immense fatiche e sapienze, tessuti belli da togliere il fiato sapranno proporre approcci nuovi, associazioni di aiuto alle donne e ai giovani in difficoltà, di imprenditrici curiose e coraggiose.
Undici musei riuniti, grandi competenze, una buona dose di coraggio e una quantità smisurata di energia: tutto questo è Venezia Città delle donne, grazie alla Fondazione Musei Civici Veneziani, alle sue dirigenti, agli operatori, alla Presidente, la mia amica Mariacristina Gribaudi.
Venezia trascina con la propria bellezza immutabile, con il proprio fascino inebriante, ma anche con il coraggio di cambiare.
Facciamoci trascinare anche qui, nella Terraferma, troppo sonnacchiosa e impaurita: con troppa paura di sbagliare si rimane fermi nella palude. Servono idee e coraggio.