
Con l’approssimarsi della guerra nei territori della Terraferma veneta, tutte queste favorevoli situazioni si trasformavano d’un tratto in circostanze tremende, con esiti sconvolgenti per una economia e una popolazione tutto sommato molto fragili.
Si è calcolato che fra il 1797 e il 1815 passarono per queste contrade centinaia di migliaia di soldati dei diversi eserciti in guerra, alternativamente austriaci e francesi, financo russi. I paesi posti in luoghi più isolati, e anche il Cenedese, ringraziavano pubblicamente Dio per averli lasciati fuori da tutto ciò che il passaggio continuo di truppe significava. Fra il 1796 e i primi mesi del 1797 Conegliano fu il centro di acquartieramento delle truppe austriache, con il conseguente andirivieni di soldati, cavalli, carri e cannoni.
Quando nel marzo 1797 i Francesi operarono lo sfondamento decisivo nel Coneglianese, all’inseguimento degli Austriaci in fuga transitarono non meno di 40mila francesi, fra i quali il generale Bonaparte, che prese alloggio nella cittadina e di qui ripassò una seconda volta, diretto a Treviso, il 25 ottobre, una settimana dopo la firma del trattato di Campoformido.
Il 18 maggio vennero convocati in San Martino i capi famiglia, nel numero di 211, su istruzione del generale di brigata francese Meyer, per eleggere i 9 membri della Municipalità, nella quale per la prima volta sedevano anche membri di famiglie non nobili.
I 9 eletti furono: Vettor Gera, Pietro Caronelli, Ernesto Montalban, Paolo Buffonelli, Giobatta Binda, Sebastiano Da Frè, Giuseppe Cappelletto, Giovanni Biadene, Antonio Montalban.
Fra questi è da notare il nome di Giuseppe Cappelletto, democratico e giacobino, che sarà confermato nell’amministrazione della cosa pubblica anche dopo l’arrivo degli Austriaci, grazie alle sue indiscusse capacità.
Lo stesso generale Meyer sottoscrisse di suo pugno la nomina, chiarendo anche i compiti della Municipalità.
Essa aveva l’amministrazione della città e dei comuni limitrofi, doveva procurare gli alloggi delle truppe e la loro sussistenza, tenere il registro dei viveri, delle requisizioni del Comandante della Piazza e del Commissario di guerra, la Cancelleria e l’Archivio per i quali si raccomandava di vegliare “attentamente onde niente possa essere distratto”.
L’impiego della forza armata e la giustizia dipendevano direttamente dall’esercito francese.
In realtà la città era considerata in stato d’assedio, e i membri della Municipalità giurarono fedeltà alla Repubblica Francese.
La primavera del 1797 sembrò comunque l’inizio di una nuova era, col cambio, almeno in parte, della classe dirigente e ripresero fiato quelle speranze democratiche che avevano animato molti spiriti prima e dopo la Rivoluzione Francese, anche se occorre osservare che il Coneglianese non era certo luogo di giacobini estremisti, e pur avendo visto vitali circoli intellettuali nella seconda metà del Settecento, gli echi della rivoluzione non vi avevano portato sconvolgimenti eccessivi.
I Municipalisti avevano inviato al generale Meyer una “memoria istorico-ragionata” che raccoglieva i momenti salienti della storia coneglianese, esprimendo fra l’altro l’indipendenza “da sempre” dalla città di Treviso e la sua funzione guida, fino al 1600, nel Cenedese. La fine della sudditanza da Venezia era proclamata come un tentativo di ritorno alle libertà e prerogative di quel tempo andato.
In quei mesi convulsi, ovunque Napoleone si fermasse, ovunque ciò apparisse possibile, tutte le comunità cercavano di far giungere petizioni, richieste, delegazioni più o meno rappresentative. Conegliano, ovviamente, non era altro che un Comune fra i tanti a rivendicare un trattamento di riguardo, destinato, come gli altri, a veder cadere nel vuoto le proprie richieste.
finalmente qualcosa che si può leggere con piacere e con intelletto
RispondiEliminamichelangelo